sabato 21 dicembre 2013

Tobacco blues (taratatabagista)


Dov'erano prima? In quale anfratto stavano nascosti? Come ho spento l'ultima sigaretta, sono venuti tutti allo scoperto. Questi puzzolenti, giallognoli, rugosi fumatori. E pensare che ero convinto di essere uno degli ultimi, un marcione in un mondo di salutisti. E invece. 
Dalle mamme coi bebè in braccio ai cani, passando per le più svariate categorie, non c'è un essere vivente che non fumi. Anzi, dirò di più: gli artisti nelle foto appese ai muri del ristorante in cui solitamente pranzo, prima della mia decisione radicale non avevano mai mostrato interesse nei confronti del tabacco, oggi hanno tutti la sigaretta in bocca, e mi guardano con aria di sfida. Persino domenica scorsa, allo stadio, sono sicuro di aver visto i due portieri accendere una sigaretta durante la partita, e giocatori stremati avvicinarsi alla panchina per chiedere una boccata di fumo allo staff medico.
Tutto il mondo mi è contro. E io, che ho tanto peccato, non so se riuscirò a mantenere intatto questo concentrato di virtù, questa forza di volontà che mi spinge a masticare caramelle dai gusti improbabili e a ingozzarmi di cibo come dopo trent'anni di prigionia in un lager. 
Ci sono giorni che mi sento invincibile, ce ne sono altri che vivo con la stessa fragilità della Justine di De Sade, come se le multinazionali del tabacco tramassero per tornare a abusare dei miei polmoni e dei miei soldi. Mi difendo con l'amore per quello che sto vivendo, perché provare a essere un uomo nuovo non ha mai ucciso nessuno. Il 2014 sarà un anno di grandi svolte, ho il volante in mano e sto appena iniziando a sterzare. Ma voi, per favore, tornate nei vostri anfratti o, perlomeno, fumate con più discrezione. Lontani dagli occhi, dal naso e dalle tentazioni. Amen.

mercoledì 16 ottobre 2013

Emme come Emme

Spesso scopriamo l'esistenza di una persona solo perché qualcuno ce ne parla. Bene o male, non importa. Prende vita con le parole, con un soffio quasi divino, e noi là a cercare di darle un volto, un struttura corporea, gestualità, abiti. A volte, tutto finisce in pochi minuti, con una scrollata di spalle che la seppellisce definitivamente tra una nuvola di fumo e uno sbadiglio; altre volte, invece, corri su internet a comprare un biglietto per il primo treno in partenza, infili in uno zaino quattro indumenti, rasoio e spazzolino, e vai a cercarla. Così, senza un motivo apparente.

Quando incrociai i suoi occhiali da sole in un pomeriggio di agosto, la riconobbi subito. Eppure era la prima volta, e non assomigliava nemmeno a come l'avevo immaginata. Sapevo soltanto che era lei, perché il mio cieco verme interiore aveva iniziato a annodarsi fino a formare il più classico dei cuori. Qualche attimo per nascondere un rossore dietro un finto disinteresse e me n'ero già innamorato. Così, per non sprecare inutilmente altro tempo.

Tra un tramonto guardato insieme e uno perso per una manciata di minuti, la luna crescente e una pizza sul lungomare, le regalai le mie labbra, e lei le sue. Una torre saracena diroccata a guardarci le spalle e due bagni chimici, un po' defilati, a farci da testimoni; ché, anche se hai bevuto una sola birra media e non corri certo il rischio di dimenticare un solo istante di quella serata, è bene ci sia sempre qualcuno che possa dire "Io c'ero, e ho visto tutto". Così, per sicurezza.

E non importa la notte trascorsa in bianco, il treno pronto al binario tre, il lavoro che aspetta, la vacanza ancora da fare. Inutili impicci. Sai solo che gli occhi non la vedranno per un bel po', e che il cuore dorrà. Così, perché ai detti popolari non hai mai creduto.

Comunque, quando l'avverbio più caro giunse in punta di lingua, fu un "Finalmente" simultaneo. Musicale, direi. E,  nonostante avessimo intrecciato collane di sospiri per settimane, era ormai tutto lontano, cancellato. C'eravamo noi, una nuova latitudine e qualche auto di passaggio. Quel che avvenne dopo, lo lascio ai posteri e ai puntini di sospensione. E' oggi, è domani. E' storia contemporanea, ancora tutta da scrivere. Tra un panino alla porchetta e i gol di Quagliarella, ci siamo noi, due Emme sovrapposte. Così, perché era scritto che dovesse accadere.

giovedì 30 maggio 2013

Anna (ce n'è una nella vita di ogni uomo)

Diciassette anni, così tanto è passato da quel bacio. Metri cubi d'acqua in processione sotto i ponti, e poi esondazioni, prosciugamenti, e ancora acqua. Rami secchi e bottiglie vuote in stile libero verso la foce. In mezzo, noi due, che ci ritroviamo a distanza di - non ricordo - e ci sorridiamo, ci scrutiamo, ci abbracciamo. Vorrei poterti dire "Come sei bella", ma sarebbe un'inutile lusinga, e tu probabilmente non mi crederesti nemmeno. Sono lontani i giorni in cui mi radevo specchiandomi nel tuo sorriso e ci scattavamo foto nell'erba secca di agosto. Eppure ti ho respirato così a lungo, così a fondo, che  - se mi aprissi con un bisturi proprio in questo momento - troveresti ancora tracce di te, e neanche troppo nascoste. Eh, ci ho messo un po' a dimenticarti, giusto qualche anno. Il primo è stato tremendo: quando non piangevo, ero attaccato a una bottiglia; quando non piangevo e non bevevo, confondevo il giorno con la notte e ti cercavo nei volti e sotto le gonne di sconosciute; il casino era quando mischiavo tutto insieme, coi battiti del cuore in costante accelerazione, come se dovesse decollare verso un pianeta qualsiasi, per non tornare più.
Poi è arrivata quella là - te la ricordi? -, la pastiglia contro il mal di testa, la ragazza coi capelli lunghi e biondi, che ti detestava. Povera, quante ne ha dovute passare per un letto e una ciotola d'amore; però a qualcosa è servita, e di questo gliene sarò sempre grato. Il resto è storia contemporanea, più o meno nota, ma almeno il via vai continuo non dipende da te, non più.
La vita, Anna, la vita: dove ci ha portati? Guardati. Guardami. A volte penso a quel se e mi chiedo. Va be', ci siamo capiti. Ti dico solo che. No, non sarebbe giusto. Guardiamo il cielo su Torino, meglio. Questa sera ci sono pure le stelle e le nuvole sembrano non voler tornare più.

martedì 23 aprile 2013

La V che riequilibrò la mia esistenza

Ore 19,56: mancava meno di un'ora al fischio d'inizio. Avevo avvisato tutti i potenziali scocciatori: madre, padre, sorella e persino la nonna novantenne.
- Ciao nonna, sono io.
- Zio?
- Io, il tuo cocco.
- Zio Rocco? Zio, mi stai forse chiamando a te? Ah, e va bene. Finisco la minestra e arrivo.
- Sono io, il tuo unico nipote, nonna. Ti sto chiamando per evitare che tu chiami me. Metti sul canale 28, che c'è la replica della messa di Lourdes. Una volta che è finita, vai a dormire. Ci vediamo domani, buona notte.

Ore 20,30: mancava un quarto d'ora e, imbottito di valeriana il gatto per prevenirne ogni possibile intemperanza, nessuno più avrebbe potuto rompermi le scatole. Per novanta minuti sarei stato latitante. Ectoplasma. Nemmeno i corpi speciali anti-mafia o i migliori medium mi avrebbero potuto stanare. Soltanto i vicini, a tratti, avrebbero ricevuto segnali della mia esistenza, sotto forma di bestemmie o di urla di giubilo; ma a questo c'erano abituati, e io - in tutta sincerità - sopportavo da loro ben di peggio.

Alcuni momenti della vita di un uomo sono talmente trascurabili che le intromissioni non solo vengono perdonate, ma anzi sono quasi accolte come una benedizione: la dichiarazione d'amore di un ex fidanzato urlata in chiesa alla promessa sposa, poco prima del sì; la telefonata del capo mentre stai assistendo alla nascita del primo figlio; la visita inattesa della suocera, quando stai per uscire di casa la domenica mattina, per andare all'Ikea a cercare l'ennesima poltrona da fare sventrare al gatto di cui sopra. Altri, invece, non hanno guance da porgere, sono privi di sentimenti e non ammettono invasioni di campo né interruzioni: la seduta defecatoria dei giorni di riposo, quella da un'ora e mezza, con le gambe che perdono di sensibilità a ogni pagina di giornale (o libro) letta; la gioiosa macchina del sesso, sia nella versione "meglio solo" che in quella "male accompagnato"; la partita della squadra del cuore, non importa se in tv, allo stadio, in radio, in differita, a fumetti o mimata attraverso la lingua dei segni.

Quando squillò il telefono, alle 20,42, le squadre stavano entrando in campo. Non risposi, e mi rifiutai persino di guardare sul display chi stesse guadagnando il gradino più alto del podio dei rompipalle. L'arbitro lanciò la monetina in aria, io stappai la seconda birra (la prima se n'era andata durante l'attesa) e.

Due anni, otto mesi e ventisei giorni prima: un abbraccio stretto, di quelli in cui vorresti trasformarti immediatamente in una statua di sale per non allentare più le braccia e restare così, nei secoli fedele; un bacio di commiato, forse l'ultimo, forse il primo di una lunga serie; infine, tu e lei che prendete la stessa via, ma in due direzioni opposte. L'ultimo ricordo di quell'istante, prima che lei svoltasse l'angolo e sparisse definitivamente dal mio campo visivo, sono le lunghe gambe nude e il gonnellino svolazzante, e la mia voce interiore che continuava a ripetere "Se mi ami, voltati".

Tra il fischio d'inizio della partita e i due anni, otto mesi e ventisei giorni precedenti, il nulla. Un po' come se a "Houston, abbiamo un problema" fosse seguito il silenzio cosmico, senza nemmeno il gracchiare di una radio che ha perso il segnale. Zero fratto zero. E non credo tanto perché quella volta non si fosse girata, per un ultimo sorriso o un bacio soffiato dalle labbra; no no, avevo avuto a che fare proprio con una zoccola seriale. Eh sì, ora si potrebbe aprire l'ormai consunta digressione sull'accezione maschilista del sostantivo "zoccola", sul fatto che un uomo ferito nell'orgoglio e nei sentimenti si ritrovi a corto di argomentazioni, e - essendo incapace di fare autocritica e di riconoscere la propria parte di errori - chiuda ogni possibilità di dialogo sull'argomento sigillando il tutto con quella parola là; o con uno dei suoi sinonimi a scelta. Si potrebbe, certo; non in questa vita, però, ché - nonostante tutta l'autocritica di questo mondo - non mi vengono in mente altre parole, se non sempre e solo quella là. D'altronde, non vedo come si possa definire altrimenti una che sparisce per così tanto tempo e riappare, tra milioni di attimi a scelta in cui avrei voluto sentirla, proprio in quello in cui anche il peggior nemico ti lascerebbe in pace, non fosse altro che per gufare contro la tua squadra.

La partita era alle schermaglie iniziali, la birra scendeva piacevolmente giù per il gargarozzo e. Dall'altra parte della casa - lontano da occhi e orecchi, lontano dal cuore - il suo numero continuava a lampeggiare sul display del telefono. Cioè, non sapevo ancora che fosse il suo; ma c'era comunque un presentimento di carestia e morte nell'aria. Presentimento reso ancora più lugubre dal gol della squadra avversaria al minuto diciassette.

E non so come dirlo, e un po' me ne vergogno. Mi sentivo come ai tempi dell'università, quando credevo di passare gli esami grazie a un abbinamento magico di camicia, maglione, pantaloni, calze e mutande, tanto da presentarmi a ogni appello vestito sempre nello stesso modo, a prescindere dalle stagioni; perlomeno finché i reiterati tentativi a vuoto di passare diritto commerciale mi convinsero della necessità di studiare in modo meno superficiale e l'estate più torrida degli ultimi trecento anni mi indusse a dismettere il maglione grigio a trecce, in favore di una banalissima polo blu. La mia squadra del cuore stava perdendo, schiacciata nella sua metà campo dagli odiati rivali, e non dava segnali di reazione: gambe molli, idee confuse, palle sparate in avanti alla S.I.D. (Spero in Dio) e nervosismo diffuso. Dovevo fare qualcosa, e in fretta. L'equilibrio dell'universo di quel preciso istante doveva essere spezzato da un gesto inconsueto, che nessun uomo di sana e robusta costituzione avrebbe mai compiuto. Mi alzai dalla sedia e, senza staccare gli occhi dal televisore, camminai a ritroso in direzione del telefono. Senza badare a chi, risposi.

Il telefono, la sua voce. Iniziò a parlare seguendo un flusso di coscienza di cui persi presto il filo logico, ma che non interruppi, perché al minuto quarantaquattro la mia squdra aveva pareggiato. GOL! Il sacrificio stava dando i primi frutti. Inutile dire che tutte quelle emozioni mescolate, quegli amori pericolosamente sovrapposti, mi stessero fiaccando l'anima e intrecciando lo stomaco; ma - soffrire per soffrire - tanto valeva farlo per un buon proposito. E poco importava che dall'altra parte del telefono mi stesse colando nell'orecchio una quantità tale di merda da mandare in tilt l'impianto fognario di una città come New York. Il mio undici settembre (maleodorante) per un gol.

Gol, quello del raddoppio nostro, che per inciso arrivò al minuto cinquantatre. Stavo sempre peggio, ma la squadra era in vantaggio, con un piglio così feroce da lasciare increduli. Poi, al minuto settantotto, l'imprevedibile: lei pose fine alla telefonata. Terrore. Liberatasi di ogni zavorra interiore e non trovando in me un interlocutore soddisfacente, aveva pensato bene di incrinare l'asse terrestre con un clic; e, a quel punto, con il terreno in discesa, per gli avversari fu un gioco da ragazzi pareggiare. Minuto ottanta.

Decisi di richiamarla, anche se ero consapevole che non fosse proprio la stessa cosa. Un conto era assecondare il destino, un altro era andarsi a cercare rogne. Comunque, per farla breve, lei non rispose e.

Autoscatto al minuto ottantaquattro: mani sul viso in segno di disperazione e bestemmie (per inciso, le bestemmie non dovrebbero vedersi in foto, ma quella volta apparvero sotto forma di macchie scure, come di sensore sporco). Titolo: ***** ***.

Gli avversari erano passati nuovamente in vantaggio. Tre a due. E sul medesimo risultato, la partita si concluse.

Un mese e una settimana dopo, lei mi richiamò. Ero allo stadio, stavamo vincendo tre a zero dopo appena venti minuti e, vedendo il suo numero, un'ansia profonda mi assalì. Cosa fare? Alla mia destra c'era Budello, alla mia sinistra Strozzapreti, non proprio due saggi in materia d'amore e equilibri universali.
- Rispondi e mandala a fare in culo -, disse Budello, rafforzando il concetto con un rutto. E sarei pure stato d'accordo con lui, se solo Strozzapreti non m'avesse strappato il telefono di mano per lanciarlo in testa all'arbitro (complimenti alla mira) che ci aveva appena fischiato un rigore contro.

Risultato finale: tre a tre, trasformato in zero a tre a tavolino dal giudice sportivo; commozione cerebrale e stagione finita per l'arbitro; processo per direttissima e DASPO per Strozzapreti.
Io, accusato inizialmente di concorso esterno in lancio di materiale telefonico su manto erboso atto alla pratica del giuoco calcio, me la cavai con il semplice esborso necessario all'acquisto di uno smartphone nuovo; e tanta sete di vendetta.

C'era un film che lei non avrebbe perso per nulla al mondo: "Ghost", storia di amori defunti, possessioni e vasi di creta. Nonostante ne conoscesse il copione a memoria e persino gli stacchi pubblicitari, il solo fatto che tutte le volte le facesse sgorgare dagli occhi delle lacrime - e non gocce di acido muriatico -, la faceva sentire una donna per bene e dai buoni sentimenti.
Bastava semplicemente aspettare e, prima o poi, sarebbe arrivata la serata in cui lo avrebbero trasmesso nuovamente.
E arrivò, un martedì sera di dicembre.
La chiamai poco dopo la sigla d'inizio. In realtà ero certo che non mi rispondesse, come da sua consueta attitudine, quindi è facile intuire il grado di stupore che mi fece formicolare lo stomaco al suo Pronto. Non ricordo bene cosa farfugliai di preciso, posso però testimoniare quanto segue:
- Sam e Molly stavano camminando verso casa, quando Willy Lopez apparve con le peggiori intenzioni (e fin qui);
- gli eventi sembravano prendere una brutta piega per la giovane coppia di innamorati, minacciata dalla pistola dal rapinatore (e fin qui);
- Willy Lopez si accasciava a terra, crivellato di colpi da un certo Carlito Brigante, apparso dal buio di una stradina secondaria (colpo di scena);
- "Muori Patchanka, bastardo traditore", diceva Carlito con voce ampollosa da eroe, mentre Sam e Molly - rilassando gli sfinteri dopo l'attimo di paura - prendevano a limonare felici sotto la scritta THE END.

Tempo di durata: venti minuti scarsi. Zero dramma, zero lacrime.
- Ehi, sei ancora lì?
- Sì. Ma... ma... non capisco. Devono aver montato male la pellicola.
- Probabile. Posso dirti una cosa?
- Certo.
- Sei una zoccola. Non osare chiamarmi mai più.

E il mio clic fu così carico di enfasi e di giustizia divina che non solo la mia squadra vinse lo scudetto, ma quel buonanima di Patrick Swayze tornò in vita e girò da protagonista, in forma come non lo era mai stato in precedenza, "Ghost II" (regia di Al Pacino).

Da allora, ogni volta che nevica, piscio una V sul manto bianco.

sabato 13 aprile 2013

Il mio nome è

Mi ero girato di scatto, volgendo lo sguardo verso il lato opposto della strada: una donna continuava a urlare il mio nome, a urlare di tornare indietro, a urlare di stare attento alle macchine. Ero confuso, perché non solo stavo camminando sul marciapiede, e non capivo per quale motivo dovessi prestare attenzione al traffico delle nove di sabato mattina, ma per di più - per quanto strizzassi gli occhi nell'intento di identificarne la sagoma - ero ben certo di non conoscere quella signora. Guardai attorno a me, per capire se qualcun altro fosse il destinatario di quegli imperativi, e - non essendoci anima viva - non potei che farmene una ragione e convincermi che, sì, dovevo essere proprio io. I dubbi continuavano a solleticarmi anche nel momento in cui stavo per attraversare e andare a giustificare l'origine di tutti quei decibel, ed ero sulle strisce pedonali in attesa del verde quando la verità si svelò essere molto più banale di quella che avevo già iniziato a dipingermi in testa. In rapida successione, avevo pensato che quella donna fosse: 1) la stalker che mi bombardava di telefonate e lettere anonime; 2) una sensitiva che stava cercando di salvarmi da un doloroso destino; 3) una compagna del liceo che, riconosciutomi da lontano, stava ponendo un eccesso di enfasi sul nostro incontro a vent'anni dalla maturità; 4) una perfetta sconosciuta che aveva trovato un documento appena smarrito (e a suffragio di questa teoria, avevo iniziato a guardare nel portafoglio alla ricerca del pezzo mancante); 5) una prostituta che, in stile venditrice di mercato rionale, stava cercando semplicemente di attirare la mia attenzione, urlando il primo nome che le era venuto in mente. E proprio mentre confutavo e scartavo ciascuna ipotesi, stiracchiando la razionalità ben oltre il punto di rottura, vidi un gatto rosso corrermi incontro, la donna distaccata di qualche metro, ansimante dietro il felino; sentii urlare un'ultima volta il mio nome, poi ci fu un rumore di frenata pazzesco e un botto, come di ossa e carrozzeria che si scontrano. La donna rimase sospesa in aria per un tempo che ancora adesso mi sembra un'eternità, il cappotto aperto in modalità vela percossa dal vento, le scarpe che si allontanavano dai suoi piedi in direzioni opposte, la borsa che esplodeva il contenuto sull'asfalto. La macchina che aveva arrotato la donna proseguì la marcia, svoltando repentinamente a destra, verso l'imbocco della tangenziale. Riuscii a individuare a stento il modello, non a vedere il volto dell'autista né il numero della targa. Il traffico, intanto, si era intensificato, e a nessun automobilista sembrava interessare le sorti di quel corpo a cavallo della linea di mezzeria, si limitavano semplicemente a scansarlo. Solo un ragazzo in motorino si fermò, ma per rubare la borsa e gli effetti sparsi qua e là che potè raccogliere nella manciata di secondi prima che il semaforo scattasse. A dire il vero, non è che avessi troppa voglia di intervenire, un po' perché mi fa impressione il sangue, un po' per indolenza. Troppo sbattimento per un sabato mattina. Restavo là, sulle strisce pedonali, in attesa che un essere umano di buona volontà - ma anche un cane, un corvo o una navicella aliena - prestasse soccorso a quella specie di sacco buttato sulla strada. Mi limitavo ad allenare il mio pensiero magico - Alzati, dai, su su, alzati, alzati e cammina, dai, togliti dalla traiettoria delle ruote, non incasinarmi il giorno di riposo, alzati, su su - nel quale stavo riponendo, lo riconosco, una fiducia a dir poco smisurata. Traccheggiai per qualche minuto ancora, poi presi atto che quella donna non voleva saperne di rimettersi in piedi, e andai a fare colazione al bar: a stomaco pieno, avrei preso la decisione giusta. No, non è vero. Cioè sì, andai al bar - Una brioche alla marmellata e un caffè lungo, per favore - ma solo perché ero convinto che quella sconosciuta fosse morta e che, con il corpo martoriato e l'eternità davanti a sé, potesse almeno concedermi la possibilità di un breve ristoro; se poi, nel frattempo, qualcuno si fosse fatto carico di sbrogliare quell'increscioso contrattempo, mi avrebbe solo sollevato da un'incombenza troppo grande per me e per il mio sabato mattina.

"Sei una merda."
"Ma no, amore, non capisci. Ero convinto che fossi morta."
"Non ti sei nemmeno avvicinato per capire se respirassi ancora o no. Mi hai lasciato là, alla mercè del traffico. Avrebbero potuto ridurmi in poltiglia, mentre te ne stavi beato al bar."
"Vero, ma è il risultato finale che conta. Sei viva e vegeta, bella più che mai."
"Sì, sì, fai pure il ruffiano adesso."
"No, quale ruffiano. Ti ho salvato la vita, è tutto quello che sai dirmi?"
"Taci, va'. Sei persino andato in ferramenta a comprare una pala, la tua idea geniale era quella di seppellirmi nei giardinetti ai bordi della strada. Se non fosse stato per quei bambini che si sono messi a strillare, ora sarei concime per aiuole."
"Tesoro, così mi sminuisci. Ho faticato non poco nel trascinarti per tutti quei metri, ho iniziato a scavare la buca perché pensavo di metterti comoda, sulla terra morbida, in attesa dei soccorsi."
"Che non hai chiamato."
"Avevo il cellulare scarico, quante volte te lo devo ripetere?"
"E allora come pensavi di farli arrivare?"
"Con il mio pensiero magico, te l'ho detto. Ho pensato intensamente Ambulanza, Ambulanza, Ambulanza, finchè non ne è arrivata una."
"Chiamata dalla madre di uno dei bambini."
"Dettagli. Ti ci perdi sempre dietro, trascurando il quadro generale."
"Sarà..."
"E'... Dai, adesso smettiamola di rivangare il passato, facciamoci un po' di coccole."
"Sì. Stringimi tra le tue braccia, mio eroe."
"Così mi piaci. Senti, amore, te lo posso infilare ancora una volta nella ferita che hai sul fianco? Mi piace così tanto."
"E va bene. Però stai attento a non farmi saltare tutti i punti come l'ultima volta, ché mi hai quasi fatto uscire l'intestino di fuori. Poi ci parli tu a quella checca isterica del dottore."

Buffa la vita, penso mentre mi pulisco con un fazzolettino e accendo la sigaretta del dopo. Un gatto rosso col mio stesso nome scappa di mano alla sua padrona che lo stava portando dal veterinario a sterilizzare, dando origine a tutto questo casino. Io faccio il possibile per scansare ogni responsabilità, in un sabato mattina qualsiasi che credevo uguale a tutti i precedenti e a quelli a venire, e mi ritrovo nel letto una donna, la più bella che mi potesse capitare. La prima, anche, a essere sincero. E lei mi ama, perché l'ho salvata. Avrei potuto fare di più, è vero, ma non c'è spazio per i rimpianti adesso. Sì, non ha braccia né gambe, perché i soccorsi sono arrivati tardi, ma la sanità è quella che è da queste parti. Ci hanno provato subito a mettere le mani avanti ("Se fossimo intervenuti tempestivamente, ora la signora avrebbe tutte le cose al suo posto"), ma li conosco io questi figli di gran cagna, ci campano sui sensi di colpa altrui, con l'assistenza psicologica a pagamento e menate del genere. Dico solo che se mi ama, io la amo, a me va bene così. Finchè non le guarisce la ferita sul fianco, almeno. Poi, poi vedremo. Intanto esco a cercarle il gatto, ché è da quel giorno che non si trova. E mi fa due palle così. Non so mai se, quando chiama il mio nome, è me che vuole oppure sta pensando a quella carogna rossa. Perché, a pensarci bene, la colpa è sua che è scappato. Sì. Ma tanto io dico che lo vado a cercare, così me ne sto in giro, guardo le tipe per strada, entro e esco dai bar, e se lo trovo bene, altrimenti mi siedo, come sempre, su una panchina e attivo le mie potenti onde cerebrali. Se non è sordo o scemo, verrà lui da me.

Gatto, gatto, gatto.


mercoledì 10 aprile 2013

L'arcobalengo (Paint it, brown)

E poi mi chiedete perché sono sempre così distante. Distaccato. Distonico.
- E' spirito di sopravvivenza -, rispondo, perlopiù con uno sbuffo di fumo giallo. Comignolo dei miei conclavi domestici. Soldato di ventura dei miei "qui e ora". Sono quello che non riuscite a vedere, un sarto specializzato nel tirarvi fuori di bocca le tovaglie delle vostre cene noiose davanti a quiz televisivi. Sono quello che le scrolla sui balconi dei vicini che non amano i colombi, le asciuga dalle vostre bave e parole non dette, vi disegna sopra le vostre forme e poi, a Natale o ai compleanni, regala alle vostre illusioni serate analcoliche in pizzerie egiziane e abiti su misura. A quadretti, bianchi e rossi. E tutto questo, sempre e solo per un po' di stupore. Non dico una scorta intera di flaconi, per carità. Troppa schiuma tutta insieme potrebbe nuocermi all'idratazione dell'epidermide, specie se di quella aggressiva, a bolle grosse. Ma almeno, che so, un misurino. Il contenuto di un tappo, per un lavaggio a mano delle mutande. Un gesto sorprendente. Un sorriso inatteso. La parola che non mi aspetterei mai di sentire dopo un punto e virgola; "Noi". Così, tanto per dire. E anche per lagnarmi quel tanto che basta a farmi sentire dalla parte della ragione. Lo scemo del villaggio. Un arcobaleno marrone.
Sbatto le ciglia in cerca di millilitri di stupore, e voi. Voi. Dio, siete così prevedibili, in qualsiasi momento della giornata, da poter essere la controfigura l'una dell'altra, senza nemmeno la necessità di un copione da mandare a memoria. Talmente occupate dai vostri bisogni basici - cacca, pipì, mestruazioni, orgasmo, pappa, mamma, papà, realizzazione professionale, orologio biologico che fa tic tac - da non vedere oltre lo specchio consunto di aspettative andate fallite in percentuale talmente alta da indurre chiunque altro a sventolare bandiera bianca. Ad arrendervi alla vita così com'è, con serenità. E invece no, continuate senza sosta, aliene a voi stesse prima ancora che agli altri, e vi torturate, e torturate. Con occhi carichi di lacrime, a sillabare improbabili "Ti amo" in sottoscala polverosi o al telefono, in quei momenti della giornata in cui a ogni singhiozzo si risponde con una golata di gin direttamente dalla bottiglia, mentre si aspetta l'attimo di tregua, il silenzio più lungo, per chiudere occhi e orecchi, e morire soli una volta di troppo. Perché di quei "Ti amo", di quegli artifici tipo reggiseno imbottito e perizoma con piume e pon pon di pelo, di quegli sguardi da ermellino davanti a un pellicciaio, ne ho pieni gli scatoloni di tutti i miei sfratti. Di ogni singolo trasloco.
Se a vent'anni potevo sentirmi lusingato nel sapere che avevi pensato a me mentre lo succhiavi a un altro; se a trenta potevo credere che non mi avresti mai lasciato, nonostante lo avessi fatto il giorno dopo l'ultima volta che me l'avevi detto con incredibile trasporto, e scritto perché non corressi il rischio di dimenticarmene; se prima potevo questo e altro, ora che ne ho quaranta e due - come dire? - posso anche arrogarmi il diritto di essere distaccato. Distante. Distonico. E di puntare il dito indice, ingiallito dai troppi sbuffi. Dal tempo trascorso ad aspettare lo stupore. Un libro bianco, tutto da scarabocchiare. Un uovo di cioccolato che non contenga il solito portachiavi, ma anche la chiave. La serratura. La catenella. Lo spioncino. La porta. La gioia di scoprire cosa si cela dietro, anche solo per il tempo necessario a esclamare "Finalmente". E poi accorgersi dell'errore, dire "Mi scusi, ci dev'essere stato un errore. Credevo di" e buttare a terra un fumogeno, prima di dileguarsi e salutare dalla via due piani più sotto, con uno stridio di pneumatici e risate isteriche da pericolo scampato.